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Dentro il buco

Una lettura dello spettacolo scritto e diretto da Carmina Melania Tramite
Dentro il buco

Pubblicato il 07 Marzo 2019 da redazione

Un letto matrimoniale, un gabinetto, una bacinella, un passeggino e un tavolino per bambini con sedia annessa. Basta. Questa è la scena nella quale si svolge l’intero spettacolo di Dentro il buco, scritto e diretto da Carmina Melania Tramite (studentessa di Scenografia) e interpretato da Alessandro Conti (studente di Nuove Tecnologie dell’Arte) in occasione della tesi di laurea rispettivamente di secondo e primo livello all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Il debutto, avvenuto il 17 Gennaio 2019 negli spazi dell’ex-ospedale San Giacomo di Carrara, ha visto la partecipazione di un folto pubblico che, senza aspettarselo, ha assistito a un monologo di circa un’ora con l’imbarazzo e la curiosità di chi si ritrova a spiare l’intimità di qualcuno dal buco di una serratura.

Il testo, frutto di una paziente raccolta di pensieri e riflessioni dell’autrice riportati in numerosi diari personali, è un flusso di coscienza che prende forma in un’unica stanza con un solo attore. È il buco, forse una tana, forse una prigione che Nino, protagonista interpretato da Alessandro, sembra essersi costruito come carapace in risposta ad un mondo esterno sempre più caotico e per questo fuori controllo dal quale tenta di preservare se stesso e suo figlio, un bambolotto in plastica. Fin da subito si percepisce una forte ambiguità: è Nino o la madre che parla? E il bambolotto è Nino stesso o un ipotetico figlio sperato e mai avuto? “Ma Nino esiste davvero? Nino è sopravvissuto?”, come scrive Carmina Melania Tramite nel foglio di scena.

Queste e tante altre domande vengono a galla mentre si assiste al rapporto quotidiano di una madre con suo figlio tanto affettuoso quanto morboso. Il bambolotto infatti da desiderio muta in subdolo parassita: è lampante nel momento in cui Nino è costretto a portarlo con se perfino mentre fa i bisogni. Da semplice oggetto inanimato, il bambolotto, si eleva a bio-oggetto kantoriano divenendo co-protagonista della scena.
Il testo infatti tratta il tema della maternità – derivante da un interessante percorso che Mina affronta da tempo rispetto alla sua femminilità e al suo essere madre – prendendo forma in piccoli gesti quotidiani come il parto, l’allattamento, il bagnetto, la ninna nanna. Una serie di cure che Nino serba nei confronti del bambolotto e che presto, in seguito a una personale metamorfosi, sfoceranno in vero e proprio controllo ossessivo. “Non sarà più un oggetto inanimato sul quale agisco, ma diverrà un personaggio che agirà nel corso della storia e lo farà su di me! Mi influenzerà! Mi obbligherà a dipendere da lui, così come lui dipende da me” (dal “Diario dell’attore” di Alessandro Conti, che potete leggere sul suo blog).

E proprio il controllo è uno dei temi affrontati insieme al rapporto interno-esterno. Interno rappresentato dal buco, dal rapporto parassita, dall’inconscio, e mondo esterno simboleggiato dal palinsesto televisivo che incessante scorre su due monitor posti agli angoli del perimetro di questo piccolo microcosmo. I filmati visibili sugli schermi sono una sorta di sciame, per dirla nei termini del filosofo Byung-Chul Han, che silenzioso ci ricorda quanto oggi l’apparenza e la furiosa condivisione ai limiti della pornografia emotiva (Ippolita) siano condizioni imprescindibili per stare al passo con la contemporaneità. Mondo esterno a Nino ostile e che imperterrito, come flusso continuo, va avanti verso il progresso incurante di ciò che avviene nell’intimità del protagonista. “Fuori tutto viene ammesso. Tritato. Ingoiato. Vomitato. Rimangiato. Due tempi diversi. Due velocità diverse. Due mondi diversi”, scrive ancora Mina nel foglio di scena.

È forte la presenza della quarta parete e lo si comprende dal livello di intimità delle azioni e dei discorsi. Si passa dal riso al pianto, al ballo, al sonno, al canto con una rapidità e un’armonia che solo la scrittura di Carmina (alias Mina) riesce a creare. Chi ha avuto la fortuna di leggere i suoi testi e suoi diari, può ben comprendere quanto il suo sguardo così poetico sul mondo riesca a scovare nella banalità del quotidiano un’originalità di fondo che dona nuova valenza e universalità alle cose. Non si può, assistendo allo spettacolo, rimanere apatici. L’immedesimazione è forte e porta a galla ricordi e immagini lontane, quasi cultuali. Condizione certamente favorita dalla maestria nella recitazione di Alessandro, capace di far prima ridere e successivamente spiazzare tutti. Interpretazione che ha richiesto non pochi sforzi come testimonia il suo blog online costantemente aggiornato durante tutto il periodo di prove la cui lettura è calorosamente consigliata. Si tratta di un diario virtuale, una sorta di confessionale, nel quale Alessandro condivide le proprie impressioni senza paura di mostrare la propria fragilità e i propri limiti.

Lo spettacolo si conclude lasciando aperto il finale, permettendo così che questo flusso di coscienza prenda forme diverse nel ricordo di ogni spettatore. L’affetto di Nino per il bambolotto, i gesti e le parole fanno parte di un vissuto comune. Astraendosi dal contingente si elevano a emozione e sentimento universali: probabilmente non tutte le donne saranno madri ma certamente tutti abbiamo fatto esperienza d’essere figli. Nessun epilogo viene imposto perché tutte le conclusioni sono al contempo possibili. Per questo non è necessario mettere un punto e dare risposte: ognuno, guardando alla propria interiorità, scoprirà di averle.

Nella speranza di poter al più presto assistere ad una replica, auguriamo agli artisti un buon proseguimento di percorso.

(Testo e fotografie di Maria Chiara Gagliardi)