Immundus, intervista a Carmina Melania Tramite

  • redazione
  • Ven, 15/06/2018 - 14:51

Abbiamo intervistato Mina (Carmina Melania Tramite), autrice di “Immundus”, opera teatrale andata in scena nell'Aula Magna dell'Accademia di Belle Arti di Carrara giovedì 14 Giugno 2018 in due repliche.

Mina, studentessa del biennio di Scenografia, ha  collaborato con gli studenti del corso di Regia tenuto dalla Prof.ssa Natalia Antonioli nella preparazione dello spettacolo. Le abbiamo fatto qualche domanda per sapere di più su "Immundus" e come ha vissuto questa esperienza in Accademia.

 
Buona lettura!

 


Maria Chiara Gagliardi: Innanzitutto grazie Mina per aver accettato la nostra intervista. Com'è nato "Immundus"? Il testo comincia con la descrizione di 17 personaggi: chi sono? Parli inoltre di una discarica, di un centro di riciclaggio, di un luogo della memoria: in che maniera questi luoghi sono legati ai personaggi?

Mina: Immundus ha una nascita direi particolare. È nato nel 2013 in occasione della mia tesi. Immundus è una parola latina, io non conosco il latino ma il professore che mi seguiva per la tesi mi parlò di un mundus (mondo) e un immundus (fuori dal mondo). Un mondo nascosto. Un mondo non piacevole, che è meglio se sta nascosto e lontano. Quando me ne parlò non avevo minimamente pensato di mettermi a scrivere un testo teatrale, non era in programma. Il punto di partenza di Immundus è la tragedia shakespeariana “Re Lear”, che io ho amato, ovviamente. Quello che sentivo in quel periodo era trovare la sua figura, le sue emozioni nel mio tempo. Quello che sentivo era cercare re Lear, o meglio Lear. Ecco perché sono capitata in una casa di riposo. In principio c’era tanta confusione nella mia ricerca, ma la confusione non mi ha mai spaventata. Non sapevo affatto dove sarei arrivata. Passavamo le giornate insieme, non facevamo nulla di straordinario: parlavamo, passeggiavamo, ridevamo. Ma queste cose, erano cose straordinarie per gli abitanti della casa di riposo. E lo diventavano anche per me. Ritornavo a casa, scrivevo e disegnavo sul mio diario di allora. Dovevo fare in fretta, dovevo riuscire a ricordare tutto, a segnare ogni cosa: stavo raccogliendo le loro emozioni e ovviamente le mie. I 17 personaggi di Immundus erano in quella casa di riposo, di un paesino napoletano. E la descrizione iniziale dei personaggi è forse ciò che più mi commuove di Immundus. Non posso riportarla qui, sarebbe troppo lunga…

Questa “partitura” come a me piace chiamarla, è nata in modo del tutto spontaneo, naturale; non era affatto prevista. Ma la sua necessità era forte. Questo è quello che si legge all’inizio del testo teatrale. Parlavo di confusione prima, ecco, la scrittura mi aiuta a fare ordine, è il mio metodo per mettere insieme i pezzi, per mettere insieme quello che ho raccolto.

Il luogo dove gli anziani si trovano può sembrare tante cose ed è tutte queste cose. Potrebbe essere una discarica, una stanza della memoria, un manicomio, un centro di riciclaggio, una prigione, un deposito di rifiuti nocivi e radioattivi, un rifugio, una casa di riposo. Non mi interessava che il luogo dicesse allo spettatore: “Ecco, io sono questa cosa…” Tutti questi luoghi sono legati ai personaggi perché è in tutti questi possibili luoghi che potrebbero essere “ammucchiati”.


MCG: Nel testo fai riferimento a Samuel Beckett, Tadeusz Kantor eLouise Bourgeois. In che maniera questi artisti-autoriti hanno influenzata? Cosa hai imparato da loro?

Mina: Ho imparato tanto. Continuo ad imparare da loro. Non si finisce di imparare da figure come loro. So che continueranno ad essere per la mia ricerca dei punti di riferimento. Una volta ho detto: “Se potessi scegliere cosa fare nella mia giornata: starei con mio figlio e leggerei Beckett, in continuazione”. La cosa sorprendente di Beckett è l’unire il comico al tragico, come era già in Shakespeare. È questa la grandezza. Ma non è affatto una cosa semplice. Non è affatto semplice arrivare al momento più drammatico trattandolo in maniera comica, ma è così che accade nella vita ed è così che accade nel teatro. I suoi personaggi nella loro mediocrità, nella loro solitudine, nei loro fallimenti, nei loro ricordi. Vite immobili. Bloccate. Squallide. I giorni, le ore… che importanza ha che ora è? Che giorno è? Tanto è tutto uguale, ogni giorno. Un lavoro scrupoloso sull’identità. Un lavoro commovente, dentro, sempre più in fondo. Arrivando ad annullare tutto il resto, tutto il resto che non è necessario. Perché proprio dove tutto è immobile si può scavare meglio. Fino ad arrivare al respiro. Ad un respiro impercettibile. Dio non c’è più. La madre non c’è più. L’amore non c’è più. Cosa resta? Resta il respiro. Sono delle fecce di vita. Cadono. Finisco per non avere neanche più un nome. Potrei continuare a scriverne per tutta la giornata. Beckett è il mio maestro di scrittura, sotto ogni aspetto. Una scrittura asciutta, cruda, perfetta, musicale… e tutto composto con rigore assoluto. Ogni parola messa nel posto giusto. Frasi ripetute che mi risuonano nella testa. Non c’è scampo alla sua scrittura. Le didascalie sono precise. Sono così e basta. Per quello è difficilissimo mettere in scena i suoi testi, solo pochi ci riescono. Anzi, soltanto pochi ci riescono mantenendo fedeltà al vero, autentico senso del testo. In fondo Beckett voleva dire sempre la stessa cosa, i suoi romanzi, racconti, testi teatrali, testi per la radio, la televisione, parlano sempre della stessa cosa. Ma lui questa cosa l’ha scritta in mille modi diversi. Credo che ci sia tra “Re Lear” di Shakespeare e “Finale di partita” di Samuel Beckett come un filo che ha attraversato i secoli. “Finale di partita” è stato un altro tassello fondamentale per la scrittura di “Immundus”.

Non c’è bisogno di traduzioni, non c’è bisogno di comprendere parola per parola delle rappresentazioni di Tadeusz Kantor. Kantor mi ha insegnato cosa si deve vedere in scena. Lui arriva dalla pittura e questo si sente ovviamente nei suoi lavori. Per questo motivo non c’è bisogno di comprendere il polacco, è questa la sua lingua, perché parlano comunque le immagini, parlano le azioni, parlano i corpi degli attori, parlano i corpi degli oggetti in scena. Che Kantor stesso realizzava, che non è possibile chiamare semplicemente oggetti, ma bio-oggetti, perché sono forse ancor più vivi degli attori stessi. Sono impregnati di vita e di ricordi. Diventano un tutt’uno con gli attori. La memoria, è un tema caro a Kantor: unire la memoria intima, personale, della sua famiglia con quella storica, quella del mondo, è quello che fa nella sua opera “Wielopole- Wielopole”, altro tassello fondamentale per la scrittura di “Immundus”.

Anch’io come Luoise Bourgeois ho i miei diari. Anch’io come lei ho cominciato molto presto la pratica di scrivere diari. Anch’io come lei sono collezionista di memorie, come lei stessa si definisce. Lei mi ha confermato che l’arte è come una terapia, è come guarigione. Sono arrivata alla sua opera passando prima per i suoi diari. Nel mio testo ci sono proprio dei suoi versi riadattati. Sono quelli che insieme agli studenti di regia abbiamo dato il nome di mantra. Avere un diario vuol dire guardare in faccia le proprie emozioni, non avere paura di vederle nero su bianco. Non potrei non avere un diario, ho troppa paura di dimenticare. Paura di perdere qualche pezzo per la strada, non posso permettermelo. Lei mi ha insegnato che le idee vanno prese subito, perché altrimenti scappano e non le riprendi più, perciò scrivere, scrivere subito. Non è difficile scrivere, è difficile non scrivere. Scrivo male, ma devo scrivere. Ringrazio di non avere abbastanza fantasia. Ho bisogno della realtà. Inventare non mi interessa. Mi interessa recuperare. Il foglio bianco, ringraziando il cielo è una cosa di cui non ho alcuna paura. Ora la sfida è stata trasformare il foglio in spazio ed è la prima volta che mi accade.

Samuel Beckett, Tadeusz Kantor e Louise Bourgeois sono come dei parenti per me.


MCG: Il tema del rifiuto è centrale nell'opera. Perchè sei così legata a questo tema?

Mina: Si, è così, il tema del rifiuto è fondamentale. Posso dire che gli artisti citati prima, sono tutti legati alla questa tematica. Credo sia proprio nel mio DNA l’amore per le cose buttate, dimenticate, ormai inutili per gli altri. Non dico che prenderei tutto, ma prenderei tanto di quello che vedo buttato per strada. Ci sono delle cose incredibili. Il fatto è che io sento come una sofferenza, a pensare che a certe cose è stata imposta una fine. Credo che ci sia un luogo dove queste cose magari brutte, storpiate, possano trovare una vita nuova. Un luogo dove queste cose possano continuare a vivere. Nella mia città, Napoli, la “munezza” per me era come una miniera d’oro. Immundus è cresciuto a Napoli. Le cose più sono vecchie e più sono piene di vita, di tempo, di storia. Se tengo ancora la camicia di mia nonna con i buchi, le sue lenzuola antiquate, i suoi mobili che sanno ormai di muffa, è per tenerla ancora addosso. È per portarla con me, nelle mie giornate. Ecco, il valore di avere altre vite addosso. È unico. Si, quella camicia è una pezza ormai, ma questa pezza è mia nonna. Un oggetto è una vita. Se cerco di portarlo avanti, di curargli le ferite è perché voglio avere quella cosa il più a lungo possibile accanto a me. Si butta facilmente perché non si crede più che gli oggetti abbiano una vita. I buchi, i tagli, le lacerazioni: sono vita. Credere pure nell’ unicità di un oggetto. Che magari non ha neanche più la sua utilità, ma io lo voglio, per me è fondamentale, per me diventa sacro. È come se avessi una vita aumentata. I ricordi, le emozioni sono raddoppiati perché mi prendo pure quelle degli altri attraverso i loro rifiuti. Rifiuti da amare. In scena c’è l’abito da sposa di mia madre, è di nuovo in vita. Una vita magica che gli riconcede il teatro. Un oggetto è come una spugna, è capace di assorbire, di prendere le risate, le urla, i pianti. Ogni oggetto ha una memoria. Come posso buttare via una vita?


MCG: Come hai vissuto questa esperienza con gli studenti di Regia? E' stata utile?

Mina: È stata un’esperienza straordinaria. Questo non vuol dire che le cose siano andate sempre lisce. Per me era una cosa nuova, parlare del mio testo, a una classe con così tanti studenti, ha voluto dire rientrare in tutto quel percorso fatto anni fa. La scrittura è una pratica solitaria, è una pratica che faccio con me stessa e così mi sono abituata per tanti anni. È come scavarsi una fossa, farsi una tana e stare lì al tavolino con tutte le cose magnifiche raccolte e con queste cose cucire, disfare e ricucire. Invece, in questo caso la mia posizione è stata visibile, troppo.

Abbiamo letto il testo in gruppo. E già questo è una tale emozione. Ma eravamo solo all’inizio di tutto: sentire Maddalena, il Signor Pasquale e tutti gli altri personaggi letti da una voce diversa, diversa dalla mia, era già una grande emozione. Eravamo partiti. Lo studio del personaggio. Le proposte degli studenti sui “miei” personaggi, quelli che io avevo raccolto. I personaggi cominciavano ad essere anche degli altri. Erano gli studenti questa volta a metterli al mondo. A rimetterli al mondo. Ovviamente c’è stato chi si è annoiato, chi si è appassionato dal principio, chi strada facendo. Ma ci sta tutto. Il segreto stava tutto in una semplice, piccola parola “mio”: il segreto è dire questo testo ora è anche “mio”. L’ho letto. Cerco di comprenderlo. Di entrarci dentro. Deve essere “mio”. “Immundus” non è sicuramente un testo semplice. Tu stessa mi hai detto che si fa fatica a leggerlo, a starci davanti. Ed è vero. Poi siamo passati a dare i titoli ad ogni scena e le scene sono undici. Ho ripreso in mano il mio diario, per ritrovare, per ricordare, quindi rivivere le emozioni del periodo della raccolta. L’abbiamo fatto per scrivere il copione, mettendoci nei panni del regista. Non potevamo tenere tutto, abbiamo fatto delle scelte, insieme. Il copione era scritto, le prove potevano cominciare. Intanto anche i ragazzi di scenografia erano al lavoro, anche loro nella comprensione del testo ma tenendo conto del copione consegnato dai registi. È stato un percorso lungo. È un modellare insieme agli attori, dalle proposte che loro fanno stando nel personaggio. Amo fare le prove. È lì che si riscrive un ulteriore copione insieme a loro. Dalle proposte che un attore creativo fa. Per ogni scena un assistente di regia. E poi arriva il momento di ricomporre i pezzi: la scenografia, gli elementi di scena creati, le proiezioni, l’audio, le luci, le azioni degli attori. È un lavoro di cucitura. Il momento di mettere su questa grande macchina umana ed ogni ingranaggio deve andare al suo posto.

È stato un anno pieno, stancante, ma aspettavo quel Giovedì. Mi sentivo meglio, ne avevo bisogno. Mi sentivo viva, più viva. Alla domanda della prof.ssa Antonioli: “Ti senti tradita?” rispetto a come stava procedendo il copione che abbiamo riscritto con gli studenti di regia, rispondo: “No, non mi sento tradita. Siamo rimasti fedeli al testo originale e alla sua interiorità”. Ho apprezzato molto che lei mi abbia fatto questa domanda. Voglio ringraziare gli studenti che hanno avuto il coraggio di metterci il loro corpo e le loro emozioni e non hanno mollato: Alessandro Conti, Maria Chiara Gagliardi, Valentina Sacchelli, Vincenzo Matteucci, Valentina Lisi, Tommaso Origoni, Angelica Palla, Lucia Tarabella e Chiara Manetti. Ovvero i performer di “Immundus, studio per 11 scene di Immundus”.

Fin dal principio la prof.ssa Antonioli ed io abbiamo spiegato agli studenti del corso, un po’ impauriti del fatto che i personaggi fossero dei vecchi corpi, che il senso del testo era da cercare in altro. Quei corpi vecchi, deformi, molti sulle carrozzelle erano soltanto degli involucri, dei contenitori. Quello che doveva esserci in scena erano le emozioni. Perciò potevano essere rappresentati anche da corpi giovani, come appunto sono gli studenti. Per me è stata un’esperienza fondamentale, la rifarei subito appena finita. Però su un nuovo testo! Immundus è in scena.


MCG: Pensi di lavorare ancora su questo testo? Hai altri progetti per il futuro?

Mina: Immundus è un testo che dà molte possibilità di rappresentazione. Quella che abbiamo mostrato è una delle tante, a mio parere. Prima di tutto voglio riprendere in mano il testo, asciugare delle parti. Poche, ma alcune vanno sicuramente asciugate. Ci sono parti troppo piene. Come ti dicevo una volta credo che questo testo sia più grande di me. E quindi vorrei in futuro continuare a lavorarci. Ma un testo teatrale è come un figlio e dopo il parto va lasciato, affidato in mano ad altre guide. Credo che avrò con questo testo un rapporto come dire eterno, perché ho tanto ancora da esplorare al suo interno.

Il futuro mi fa molta paura. Mi preoccupa più il mio futuro che quello di mio figlio. Perché lui ha tutto da cominciare. Purtroppo non sento sempre questa paura, perché la paura non è una cosa così tremenda. Mi piace combatterla e dire: “Si, sono terrorizzata di non riuscire, non riuscire a costruire un bel niente, ma continuo a camminare con questi pesi ai piedi”, vedo molto chiaramente questa immagine: la paura è rappresentata da quei grossi macigni ai miei piedi. Per questo motivo a volte aspetto la Paura. È molto più facile, più comodo non provarci, arrendersi e fare tutt’altro. Rinunciare ai propri sogni è molto più facile. Creo le cose migliori con la paura addosso. Perché mi sveglia, mi fa credere che non ci sia più tempo, che è tempo di vomitare, di muoversi, di non dormire. Ho i crampi allo stomaco. La paura mi fa creare.

Progetti futuri:

  • Vorrei avere un capannone, dove per poter conservare i rifiuti degli altri. E pure un furgone dove caricare le cose che trovo in giro. Ma prima devo prendere la patente. Quanto mi son fatta già scappare perché non avevo spazio.
  • Ho bisogno di un gruppo. Almeno un’altra persona con cui realizzare progetti. Cioè renderli fisici, toglierli dalla carta. Il teatro non si può fare da soli. E questa esperienza me lo ha dimostrato più che mai.
  • Sto raccogliendo materiale (pensieri, emozioni del passato e del presente) per la scrittura di un nuovo testo teatrale, che poi vorrei far uscire dal foglio bianco per il prossimo Febbraio, in occasione della mia prossima tesi.

Vorrei poter dire e credere sempre che: “Sono buona a fare questo, cioè quello che abbiamo fatto quest’anno con quest’esperienza”. Vorrei poter dire anche che: “Certo potrei imparare a fare tutt’ altro, ma non voglio farlo”.

Vorrei trovare il “mio” posto in questo grande mucchio.

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