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Baluardo d’Inverno 2019

L’elegia familiare di Hirokazu Kore’eda e la dittatura militare uruguayana di Alvàro Brechner
Baluardo d’Inverno 2019

Pubblicato il 10 Marzo 2019 da redazione

Siamo sempre stati abituati a pensare alla famiglia come un gruppo di persone unite da legami di parentela, più o meno stretta a seconda di quanto ampio si voglia intendere il nucleo famigliare; ma i giapponesi hanno una sensibilità e una poetica che tende a ritrattare gli schemi convenzionali, ed è così che Hirokazu Kore’eda porta in scena una famiglia atipica. Un affare di famiglia apre con un padre ed il figlio che compiono un furto in un supermercato, e subito capiamo di non star guardando un colossal americano perché manca quella tensione iperbolica con le gocce di sudore e gli sguardi complici dei protagonisti. Ma ecco che i due trovano una bambina sul terrazzo di una casa lasciata fuori al freddo dell’inverno e la prendono per portarla con sé. Uno spettatore classico potrebbe pensare ad un rapimento, ma se Il re leone ci ha insegnato qualcosa, oltre al non potersi fidare degli zii, è proprio che famiglia è il posto in cui sentirsi a casa, indipendentemente che tu prenda come modello genitoriale un facocero o un suricato. Salvata la bambina dal gelo, i due la portano a casa loro, e qui veniamo a conoscenza degli altri membri della famiglia: la moglie, la sorella della moglie e la nonna. Ma non è da film giapponese fermarsi alle apparenze. Kore’eda offre spunti sul passato dei personaggi e sulla loro psicologia, ma senza mai spiegarli completamente. Prendiamo il padre: chi è? Cosa pensa? Cosa faceva prima di entrare nella famiglia? Viveva da solo? Era sposato? Sappiamo solo che frequentava gli Host Club, e proprio in uno di quei locali ha conosciuto sua moglie. Le stesse domande si potrebbero applicare a tutti i membri della famiglia. La figura più enigmatica è, certamente, la nonna: una vecchia signora che ha perso il marito tempo addietro e per non morire sola ha creato una sorta di rifugio per persone che hanno bisogno di un luogo sicuro dove vivere.

Un affare di famiglia è poesia allo stato puro. Silenzi lunghissimi e giochi di sguardi fanno emozionare ad ogni inquadratura. La delicatezza, l’amore e il sostegno che i parenti si danno l’un l’altro non può che suscitare una forte commozione nello spettatore. Tutto ciò che viene mostrato è plausibile, non c’è quel senso di distacco e finzione appartenente al cinema hollywoodiano, qui c’è spazio solo per la realtà. Il plausibile governa il film e l’immedesimazione è alle stelle, persino coi personaggi di contorno, reali come loro e capaci di empatizzare persino con dei ladruncoli da quattro soldi.

Ma cambiamo continente e andiamo in Sud America, perché dall’Uruguay proviene un’altra bellissima sorpresa. Sto parlando di La notte dei 12 anni, di Alvàro Brechner e con Antonio de la Torre, attore già visto nel ruolo di protagonista in Abracadabra. Il film segue i 12 anni di prigionia e torture che tre guerriglieri argentini hanno subito a seguito dell’incarcerazione avvenuta durante la dittatura militare instauratasi in Uruguay nel 1973.

L’appuntamento è lunedì 11 marzo al Cinema Garibaldi, doppio spettacolo alle 17 ed alle 21!

Nicolò Forcieri